domenica 13 novembre 2011

pensiero veloce su Berlusconi in caduta e Monti in salita

Ok berlusconi s’è dimesso.. e quindi? di fatto cosa cambia? Niente. tutto continua a rimanere uguale. Ora ci troveremo un governo che nessuno ha votato, che attuerà un programma che nessuno ha votato, e invece un partito come la Lega (che SICURAMENTE non appoggio) che ha vinto le elezioni, e ha avuto un premio di maggioranza, sarà all’opposizione. Questa è democrazia? mi spiegate per quale motivo io, e gli altri italiani, abbiamo votato un paio d’anni fa? Perché si vota e si sceglie da chi farci rappresentare se poi quando c’è un problema si devono chiamare dei tecnici? Se noi scegliamo una classe politica giusta o sbagliata, sia di destra che di sinistra, poi dobbiamo accettarne le conseguenze, tutte, fino alle più catastrofiche. Solo toccando il fondo si potrà cambiare davvero quello che si chiama il sistema. Ogni popolo ha il governo che si merita.

giovedì 17 marzo 2011

Unità d'Italia, una storia da riscrivere

Oggi 17 marzo 2011 si celebra il 150° anniversario dell’unità d’Italia. Assistiamo in questo periodo a tanti dibattiti sull’argomento, troviamo tesi discordanti, ma c’è una generale visione storica dell’unità d’Italia e del risorgimento italiano che da un lato enfatizza ed esalta la campagna di guerra attuata dai Savoia e, sotto un altro punto di vista, non analizza propriamente le conseguenze e i benefici dell’unificazione del regno sotto la corona piemontese.

Tralasciando le fasi della guerra, che fu di conquista e di annessione e non di unificazione e provocò morti saccheggi e violenze, è importante dire che questa fu iniziata senza una dichiarazione di guerra al regno delle due sicilie. Non molto corretto, soprattutto per chi è passato alla storia con il nome di re galantuomo. Fu un atto di pirateria e non c’è da stupirsi di ciò giacché lo stesso Garibaldi dichiara il 5 dicembre 1861 in un discorso nel parlamento di Torino a proposito dei famosi Mille: “Tutti generalmente di origine pessima e per lo più ladra; e tranne poche eccezioni, con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto“.

L’annessione del sud allo stato Sabauda è stata spesso giustificata dalla menzogna che il mezzogiorno fosse povero misero e arretrato. Forse è proprio nella falsità di questa idea che si trovano le motivazioni dell’attacco al regno delle due sicilie, data la mancanza di fondi nelle casse piemontesi.

Cavour ammette alla Camera subalpina il 1 luglio 1850: «So quant’altri che, continuando nella via che abbiamo seguito da due anni, noi andremo difilati al fallimento. E che continuando ad aumentare le gravezze, dopo pochissimi anni saremo nell’impossibilità di contrarre nuovi prestiti e di soddisfare gli antichi».

Lo ammette Pier Carlo Boggio, deputato cavourriano nel 1859: «Ogni anno il bilancio del Piemonte si chiude con un aumento del passivo... L’esercito da solo assorbe un terzo di tutta l’entrata... Il Piemonte accrebbe di 500 milioni il suo debito pubblico... il Piemonte falsò le basi normali del suo bilancio passivo. Ecco adunque il bivio: o la guerra o la bancarotta. La politica del Piemonte in questi anni sarà detta savia, generosa e forte, oppure improvvida, avventata o temeraria, secondochè avremo guerra o pace».

La dinastia borbonica durò 126 anni, con essa il Sud, non solo riaffermò la propria indipendenza, ma ebbe un indiscutibile progresso nel campo economico, culturale, istituzionale; purtroppo “La storiografia ufficiale continua ancora oggi a sostenere che, al momento dell’unificazione della penisola, fosse profondo il divario tra il Mezzogiorno d’Italia e il resto dell’Italia: Sud agricolo ed arretrato, Nord industriale ed avanzato. Questa tesi è insostenibile a fronte di documenti inoppugnabili che dimostrano il contrario ma gli studi in proposito, già pubblicati all’inizio del 1900 e poi proseguiti fino ai giorni nostri, sono considerati, dai difensori della storiografia ufficiale: faziosi, filoborbonici, antiliberali e quindi non attendibili “(da Pedio - Economia e società meridionale a metà dell’Ottocento).

In realtà, all’epoca dell’ultimo re meridionale, Francesco II, l’emigrazione era sconosciuta, le tasse molto basse, come pure il costo della vita, il tesoro era floridissimo, l’economia in crescita, la percentuale dei poveri era pari all’1.34% (come si ricava dal censimento ufficiale del 1861) in linea con quella degli altri stati preunitari. La popolazione dai tempi del primo re della dinastia borbonica Carlo III (1734) a quelli di Francesco II si era triplicata e questo indicatore, a quei tempi, era un indice di aumentato benessere.

Il regno delle due sicilie, secondo gli studi statistici di Francesco Saverio Nitti, possedeva un patrimonio di 443,3 milioni di lire oro (il più alto tra tutti gli stati preunitari italiani e corrispondente al 65,7% di tutta la moneta circolante della penisola), seguito dallo Stato Pontificio con 90,7, dal Granducato di Toscana con 85,3 e dal Regno di Sardegna, con 27,1 milioni. Alla nascita dell'Italia unita, Nitti ritenne che il regno borbonico era lo stato che portava minori debiti e più grande ricchezza pubblica.

I Savoia hanno fatto credere di aver “liberato” il Sud dalle angherie e dalla fame. Ma dopo oltre 10 anni di dura repressione, iniziò un massiccio esodo di popolo dal Sud, ove prima erano sconosciute la disoccupazione e l’emigrazione.

Tralasciando di menzionare i numerosissimi primati (in Italia e nel mondo: se ne contano più di cinquanta!), ricordiamo che, nel 1856, alla “Mostra dell’industria di Parigi”, il Regno delle Due Sicilie fu premiato quale Terza Nazione Industriale al mondo. Nessun altro Stato italiano fu menzionato (Cfr. Vittorio Gleijeses “Storia di Napoli”).

Qui una serie di “primati” del Sud preunitario http://www.ilportaledelsud.org/primati.htm

In campo tributario, l’erario napoletano era il più prosperoso d’Europa, quantunque a fronte di un sistema impositivo fiscale giudicato il più mite del continente. Tra il 1815 ed il 1860, le aliquote di queste imposte non furono mai aumentate, né furono istituite nuove tasse. Tuttavia, le entrate erariali erano sempre in espansione. Come le ricchezze finanziarie del Regno della Due Sicilie erano più consistenti di quelle piemontesi, così il debito pubblico era più modesto; infatti, esso consisteva in 59,03 lire pro-capite per i meridionali, contro le 261,86 lire pro-capite per i sudditi del Regno di Piemonte (Giacomo Savarese, “Le finanze napoletane e le finanze piemontesi dal 1848 al 1860”).

E come è normale che sia dopo una guerra di conquista i Savoia prelevarono i fondi delle casse delle due sicilie per risanare i loro debiti e lanciare l’industrializzazione del settentrione, abbandonando il mezzogiorno e governandolo senza una logica statale corretta. Cancellarono tutta la legislazione precedente per applicare le leggi dello stato piemontese che non erano adeguate ad una realtà diversa come quella del mezzogiorno. E a dimostrare che non fu un’opera di unificazione, almeno da parte delle classi dirigenti dell’epoca, c’è il mancato cambiamento del nome del re Vittorio Emanuele che è rimasto II, come a indicare una conquista dell’Italia da parte del regno piemontese e non un atto di unificazione e di nascita del (nuovo) regno d’Italia.

La politica fiscale perseguita dallo Stato unitario fu un caso di vero e proprio drenaggio di capitali che, dal Sud, andarono al Nord. Queste le affermazioni di Giustino Fortunato nella lettera del 2 settembre 1899 a Pasquale Villari: «L’unità d’Italia… è stata, purtroppo, la nostra rovina economica. Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico, sano e profittevole. L’unità ci ha perduti. E come se questo non bastasse, è provato, contrariamente all’opinione di tutti, che lo Stato italiano profonde i suoi benefici finanziari nelle province settentrionali in misura maggiore che nelle meridionali».

Un’altra verità storica venne sapientemente occultata dalla storiografia risorgimentalista, e cioè che, subito dopo l’unità, fu combattuta una cruenta guerra civile, con centinaia di migliaia di morti (1 milione di meridionali restarono uccisi), passata alla storia come lotta al brigantaggio. Ma chi sono i briganti? Si possono definire i partigiani, la resistenza del mezzogiorno all’invasione piemontese. Ne facevano parte molti braccianti meridionali che avevano sperato che il nuovo regime assicurasse una qualche riforma agraria. Non solo le loro aspettative andarono deluse, ma il nuovo governo introdusse la leva obbligatoria (inesistente durante il precedente regno) ed inasprì le imposte, portando alla rovina milioni di persone. Lo scioglimento dell'esercito borbonico e di quello garibaldino mise poi in circolazione migliaia di soldati sbandati. Il malcontento, le difficili condizioni economiche sopravvenute, il durissimo atteggiamento delle truppe di occupazione piemontesi, suscitarono le ire della popolazione che sfociarono nella rivolta armata e nel fenomeno del brigantaggio.

Ad esempio Nino Bixio, famoso eroe del risorgimento, eseguì oltre 700 condanne a morte senza processo. Da un giornale dell’epoca, L’Unione: «Bixio ammazza a rompicollo, all’impazzata... fa moschettare tutti i (soldati e ufficiali) prigionieri stranieri che gli capitano tra le unghie, e tira colpi di pistola a quei suoi ufficiali che osano far motto di disapprovazione».

Se volete approfondire e avere vari esempi di episodi di violenza da parte dei cosiddetti salvatori piemontesi vedete la diretta del 16 marzo de L’appeso: http://www.livestream.com/appeso/video?clipId=pla_b5c79ccb-b5b8-4768-82e5-2db0cc3ff4fd

In conclusione questo post non è contro l’unita d’Italia e sicuramente non è a favore del regno delle due sicilie, del quale i cittadini erano ancora sudditi (come in tutti gli altri regni europei del resto); vuole solo cercare, molto modestamente, di far conoscere una parte della storia del processo d’unificazione che non è trattata a sufficienza nei libri scolastici. Il sud, sulla base di una nuova lettura del risorgimento italiano non deve piangersi addosso o chiedere risarcimenti allo stato centrale. Coscienti del fatto che abbiamo pagato a caro prezzo l’unità d’Italia, dobbiamo lottare sicché si possa avere una corretta visione storica del risorgimento e della situazione preunitaria del sud e, orgogliosi del nostro passato, dobbiamo ricostruire con le nostre forze un mezzogiorno fiorente, prosperoso e avanzato così da tornare a essere il fiore all’occhiello di quest’Italia unita. Eravamo il motore d’Italia, muoviamoci.

lunedì 10 gennaio 2011

Libertà religiosa a convenienza

Oggi, il papa ha affermato che l’educazione sessuale e civica limita la libertà religiosa. Ha affermato: «Proseguendo la mia riflessione - ha detto Ratzinger nella sua ampia disamina sulla libertà religiosa - non posso passare sotto silenzio un'altra minaccia alla libertà religiosa delle famiglie in alcuni Paesi europei, là dove è imposta la partecipazione a corsi di educazione sessuale o civile che trasmettono concezioni della persona e della vita presunte neutre, ma che in realtà riflettono un'antropologia contraria alla fede e alla retta ragione».

L'educazione sessuale tratta vari temi e varie discipline connessi all'educazione, in modo particolare attinenti al rapporto sessuale, i metodi anticoncezionali, le malattie sessualmente trasmissibili, l'igiene personale, le dipendenze e il consultorio, il rapporto tra i ragazzi (e anche con adulti) in periodo di maturazione sessuale, l'anatomia e la fisiologia dell'apparato genitale, i cambiamenti che avvengono durante la pubertà, la psicologia, le problematiche di tipo morale, le curiosità dei ragazzi stessi (che abbracciano tutti gli aspetti del comportamento sessuale umano). Come possono queste nozioni scientifiche, che permettono ai ragazzi di conoscere di capire un argomento naturale come il sesso e la procreazione, limitare la libertà di professare la propria religione?

Pensare che informazioni scientifiche possano limitare la libertà religiosa delle famiglie significa che la chiesa è contraria al sapere, alla conoscenza, all’innovazione e alla divulgazione di questi. E che vuole lasciare la gente in uno stato d’ignoranza, cosa che le rende più facilmente manipolabili. “La conoscenza è sempre utile e necessaria a tutti, in ogni età e in qualsiasi campo, specie in questo” (Bertrand Russell).

Ma, dal suo punto di vista (sbagliato), il Papa ha ragione a sostenere ciò, lui deve cercare di curare gli interessi e difendere i valori alla base della sua chiesa. Ma quello che non capisco è come fa il Papa a parlare di libertà religiosa?

Cos’è la libertà religiosa? La libertà religiosa è la libertà di ogni persona di scegliere se e a quale culto credere. E non si può invocare la libertà religiosa per una sola, la propria religione, perché così si vuole solo che la propria religione diventi la religione di stato. E allora non può chiedere che Stati laici cambiano o immettano leggi, regolamenti per tutelare la libertà della propria religione, perché se si argomenta la propria richiesta con la libertà di religione delle famiglie ogni religione potrebbe sostenere lo stesso e con quale motivazione non si dovrebbero assecondare le richieste di un altro culto? O in caso due religioni siano contrastanti che succede?

La chiesa e il Papa sono ipocriti quando parlano di libertà religiosa e sostengono che “là dove è imposta la partecipazione a corsi di educazione sessuale o civile” ci sia “una minaccia alla libertà religiosa delle famiglie in alcuni Paesi europei”, e poi ringraziano e “si rallegrano” della scelta di mantenere i crocefissi nei luoghi pubblici comprese ovviamente le aule scolastiche, dove sono presenti ragazzi, bambini come quelli che potrebbero essere minacciati dall‘educazione sessuale e civica.

Questo non limita la libertà religiosa?

lunedì 24 maggio 2010

Che ci facciamo in Afghanistan? di Massimo Fini

Dopo l'agguato talebano che è costato la vita a due nostri militari ferendone gravemente altri due, il ministro della Difesa La Russa si è affrettato a chiarire che “non è stato un attacco all'Italia”. Certo, nella colonna di 130 mezzi che trasportava 400 uomini c'erano americani, spagnoli e soldati di altri nove Paesi che, nella regione di Herat, occupano l'Afghanistan. È stato un attacco alla Nato. Riaffiora però qui la retorica, tipicamente fascista, degli "italiani brava gente" che, a differenza degli altri, sanno farsi voler bene dalla popolazione che quindi non li prende di mira. Sciocchezze. Gli italiani sono odiati esattamente come tutti gli altri occupanti, con l'eccezione negativa degli americani che sono odiati di più perché tutti sanno, in Afghanistan e altrove, che questa guerra è voluta da Washington e che il presidente-fantoccio Hamid Karzai, che nel Paese non gode di alcun prestigio perché mentre negli anni '80 i suoi connazionali si battevano con straordinario coraggio contro gli invasori sovietici lui faceva affari con gli yankee, è alle dirette dipendenze dell'Amministrazione Usa. Non è per la morte di due soldati che dobbiamo lasciare l'Afghanistan.
Gli americani, secondo stime che risalgono alla fine del 2009, hanno perso 850 uomini, gli inglesi, che sono i soli a battersi, anche se non sempre, "all'afghana", cioè senza l'uso sistematico dei bombardieri che uccidono ed esasperano la popolazione civile, 216, i canadesi 131, la Danimarca 26, più del 10% del suo piccolo contingente di 200 uomini. Da allora sono caduti altri 200 soldati della Nato e l’altro giorno ne sono caduti altri sei, cinque americani. Ma la domanda “Che cosa ci stiamo a fare in Afghanistan?” abbiamo pur il diritto di porcela e di porla alle nostre classi dirigenti. Berlusconi, Frattini, La Russa hanno cantato la solita solfa. Berlusconi: “La nostra missione in Afghanistan è di straordinaria importanza per la stabilità e la pacificazione di un'area strategica”. Frattini: “La nostra è una missione di pace, fondamentale, che continuerà per la nostra sicurezza e il bene del popolo afghano”. La Russa: “È una missione per la sicurezza e la pace a casa nostra”. Ora, in tutta la storia, passata e recente, dell'Afghanistan non c'è un solo afghano che si sia reso responsabile di un atto di terrorismo internazionale, cioè fuori dal proprio Paese. E se dal 2006 anche gli afghani si sono decisi a utilizzare il terrorismo e i kamikaze, cosa totalmente estranea alla loro cultura e natura di guerrieri, dopo un aspro dibattito all'interno della leadership talebana (il Mullah Omar era contrario perché il terrorismo, anche se sempre mirato, nel caso talebano, a obiettivi militari e politici, colpisce inevitabilmente anche la popolazione civile sul cui appoggio si sostiene la guerriglia) è perché gli eserciti occidentali, a differenza di quello sovietico, (contro cui non ci fu mai un atto di tipo terroristico) non hanno nemmeno la dignità di battersi sul campo, ma usano a tappeto l'aviazione, spesso con aerei senza equipaggio, i Dardo e i Predator, bombardando indiscriminatamente i villaggi uccidendo vecchi, donne e bambini.
Contro un nemico che non combatte con lealtà, dignità, onore, ma usa i robot, che cosa può fare una resistenza se non ricorrere alle povere armi di cui dispone, ordigni quasi sempre rudimentali messi insieme con materiali di fortuna come i tergicristalli? I "vigliacchi", egregio ministro La Russa, stanno da un'altra parte. In quanto all’“insicurezza e alla instabilità del Paese” è del tutto evidente che è provocata proprio dalla presenza delle truppe straniere, che gli afghani, popolo orgoglioso come pochi, non hanno mai tollerato cacciando, nella loro storia, inglesi e sovietici così come, prima o poi, cacceranno gli odierni occupanti. L'Afghanistan talebano era sicuro e stabile. Aveva un regime, delle leggi, dei costumi che non ci piacciono. Ma si può fare la guerra a un popolo solo perché è diverso da noi e non si ispira ai sacri principi di Locke e di Stuart Mill? Pretendere di omologare ogni popolo che ha storia, cultura, vissuti diversi, ai nostri valorièunaformaditotalitarismo indegno di un mondo che si definisce liberale e democratico.
Un liberale che pretende che tutti siano liberali non è un liberale: è un fascista. Nell'atroce vicenda afghana siamo noi, paradossalmente, i fascisti mentre i talebani hanno la parte dei difensori della libertà, la loro libertà da un'occupazione straniera, comunque motivata. È un modo molto curioso quello di “operare per il bene del popolo afghano”, per esprimerci con le parole del ministro Frattini, uccidendo i suoi abitanti a centinaia di migliaia, come del resto abbiamo già fatto in Iraq. Se la morte di due soldati provoca sofferenza e dolore nelle loro famiglie , nei padri, nelle madri, nei figli, nei fratelli, nelle sorelle, che cosa devono dire gli afghani? Non hanno anch'essi padri e madri e figli e fratelli e sorelle che ogni giorno che dio manda in terra devono piegarsi sui propri morti, siano essi guerriglieri, soldati "regolari" del grottesco esercito di Karzai che si sono arruolati perché la disoccupazione, che noi abbiamo portato in quel Paese, non gli lascia alternative, o, peggio, civili? Smettiamola con questa farsa tragica. Con le ipocrisie ributtanti. Noi siamo in Afghanistan solo per un malinteso senso di prestigio. È per difendere la faccia, la nostra bella faccia, che uccidiamo ogni giorno, noi o i nostri alleati, gente che non ci ha fatto nulla e, a volte, veniamo anche noi, del tutto legittimamente uccisi. Ritorniamo a casa nostra, ai nostri Scajola,ai nostri Anemone, ai nostri Balducci, alla nostra corruzione, alla nostra pubblicità, ai nostri giochini idioti, al nostro grasso benessere, al nostro marciume materiale e morale, e lasciamo che un popolo, infinitamente più dignitoso di noi, anche antropologicamente, possa decidere da sé del proprio destino.

Massimo Fini 21/05/2010

mercoledì 2 dicembre 2009

Le dichiarazioni di Fini - la normalità è strana da queste parti

Ieri è stato pubblicato da laRepubblica un video che riprende Fini, durante un convegno a Pescara il 6 novembre scorso, che parla con il procuratore della Repubblica Trifuoggi, senza sapere che i microfoni erano aperti. Nella conversazioni Fini parla di Berlusconi sostenendo che il Presidente del Consiglio confonde la leadership con la monarchia assoluta e delle imminenti dichiarazioni che il mafioso Spatuzza farà in tribunale al processo Dell'utri. Queste dichiarazioni hanno creato molto scandalo e fermento all'interno della politica italiana, come se Fini fosse impazzito, come se da un giorno all'altro sia uscito dal travestimento e si sia dichiarato un comunista rivoluzionario infiltrato come spia nel pdl: i vertici del suo partito chiedono spiegazioni, il premier Berlusconi è adirato. Ma perchè tutta questa importanza a queste parole, che sicuramente ogni cittadino può condividere, che c'è di male in quello che ha detto?, perchè il Presidente del Consiglio è così offeso, ha forse la coda di paglia? Le parole che Fini ha usato nella discussione privata non aggiungono nulla di nuovo al suo pensiero alle sue dichiarazioni, anzi sono esattamente la prova della veridicità e dell'onesta delle affermazioni che ha sempre fatto ufficialmente ai microfoni della stampa ( e si, ormai la coerenza è rivoluzionaria!!). Andiamo per gradi, quando parla delle dichiarazioni di Spatuzza non dice niente di cosi particolare, prende atto che sono una bomba e che i magistrati devono indagare scrupolosamente e senza fare il minimo errore. Del resto già i primi di settembre, quando Berlusconi sosteneva che le procure perdevano tempo a indagare ancora sulle stragi di mafia, il presidente della camera dichiarava: "Se ci sono elementi nuovi, santo cielo se si devono riaprire le indagini, anche dopo 14-15 anni! Soprattutto se non si ha nulla da temere...". E' sempre stato a favore delle indagini dei magistrati; anche quando ha rifiutato di avvalersi dello scudo che gli offriva il lodo alfano per un suo processo ha dimostrato fiducia negli organi giudiziari, purtroppo un concetto estraneo alla grande maggioranza del pdl.

Il secondo punto toccato da Fini nella sua chiacchierata è il problema della sovranità assoluta di cui si sente investito Berlusconi, sostenendo che "confonde la leadership con la monarchia assoluta", che è un errore non rispettare le autorità di garanzia come la magistratura, il capo dello Stato, il parlamento.. Ma non è nuova questa sua posizione, ad esempio ad un discorso di fine ottobre criticò il governo per l'uso eccessivo di decreti legge e del voto di fiducia per blindare le leggi sminuendo cosi la funzione legislativa del parlamento, dichiarando: «La giusta esigenza di dare stabilità al governo non può e non deve comportare l' abbandono del modello di democrazia parlamentare», ed ancora sottolineando la necessita del rilancio «del ruolo primario del Parlamento...».Ha difeso più volte Napolitano dagli attacchi della maggioranza e dal Presidente del Consiglio, la più divertente fu quella contro Gasparri: «Gasparri è un irresponsabile che dovrebbe imparare a tacere perchè il rispetto per la massima autorità dello Stato dovrebbe animare chiunque, in particolar modo il Presidente del Gruppo di maggioranza numericamente più consistente». E ancora, Fini ha già impassato sostenuto l'importanza della dialettica interna al pdl sostenendo che il partito non deve essere costruito attorno agli interessi di una persona. Come disse i primi di novembre :"Leali non Supini".

Dopo che si è alzato il polverone Fini ha chiamato la trasmissione Ballarò per ribadire i concetti che gli avevano "rubato" a quel convegno confermando il suo pensiero e affermando, appunto, che quelle uscite dal suo discorso con Trifuoggi sono le posizioni che ha sempre esternato pubblicamente.

Dichiarazioni corrette, normali, comuni alla maggioranza dei cittadini; e proprio qui sta il problema: la normalità è diventata l'eccezione; le ovvietà, i principi di tutte le principali democrazie del mondo sono considerate attacchi al governo, dichiarazioni eversive e scandalose.

Qui sotto il video del Convegno di Pescara


e qui il video della telefonata a Ballarò

giovedì 12 novembre 2009

La "loggia" opus dei : integralismi religiosi nostrani

Questa che inserisco qui di seguito è il link a una lettera di una madre, pubblicata oggi da "il Fatto Quotidiano", al papa Benedetto XVI.
Gli estremismi, le sette, i movimenti deviati, i fondamentalismi religiosi non sono solo in determinate religioni, ma tutte le religioni indistintamente sfociano in movimenti inqualificabili. E anche il cattolicesimo ha correnti interne, riconosciute e appoggiate dai vertici, che hanno comportamenti che non si possono approvare. Si devono togliere i paraocchi, non vedere solo gli errori e gli sbagli altrui e criticare solo il diverso. "Perchè stai a guardare la pagliuzza che è nell'occhio di un tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello : Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nella tua hai una trave? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio;" (parole di Gesù dal discorso della montagna tratto dal vangelo di Matteo)



http://www.chiarelettere.it//allegatidef/111209_Il_Fatto_Quotidiano266014.pdf



martedì 10 novembre 2009

Il crocifisso non si può obbligare

Ormai è passata una settimana dalla sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (che non è un organo dell'UE) che sancisce che l'obbligo di esporre i crocifissi nelle aule scolastiche viola varie libertà e diritti fondamentali. Sono state molte le critiche a questa decisione della Corte mosse a difendere l'esposizione del crocifisso nei luoghi istituzionali qualificandolo come un simbolo della tradizione italiana, un espressione del suo patrimonio storico e ideale, inoffensivo.
Non è vero che il crocefisso nelle scuole è una tradizione storica secolare, infatti il crocefisso nelle scuole italiane è stato introdotto solo negli anni '20 dal governo fascista attraverso delle circolari ministeriali, antecedenti ai patti Lateranensi del'29, sull' "arredo scolastico" (paragonando il crocefisso a cancellino, lavagna, sedie..., cosa che dovrebbe essere inaccettabile per un vero cristiano), che obbligavano ad esporlo nelle aule insieme alla bandiera nazionale e al ritratto del re.
Inoltre non esiste nessuna legge dello Stato che impone l'esposizione di simboli religiosi tanto che nel 2004 la Corte Costituzionale rigettò la questione di legittimità sullo stesso caso in quanto posta su norme prive di valore di legge (sulle quali la Corte non può sindacare).
Nel panorama normativo italiano importanti riferimenti alla religione li troviamo nella costituzione e nel concordato del 1984. Il nuovo concordato del 1984 stabilisce che la religione cattolica non è più la religione di stato; anche la costituzione, tra i principi fondamentali e e i diritti, inserisce l'uguaglianza delle varie confessioni e la libertà di professare la propria fede; stabilisce che "tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge senza distinzioni .. di religione.." (art.3), all'art.8 scrive "tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti la legge.." e all'art. 19 che "tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa..".
Quindi senza dubbio apparteniamo ad uno Stato laico. O almeno cosi dovrebbe essere, dato che i politici e gli uomini delle istituzioni di tutti gli orientamenti hanno difeso la presenza di simboli religiosi in luoghi pubblici istituzionali: luoghi in cui si rappresenta lo Stato, nei quali per primi dovrebbero essere tutelati e applicati i principi fondamentali e caratterizzanti lo Stato stesso.
Molte sono le voci che per difendere la presenza del crocifisso nelle aule hanno sostenuto che è un simbolo di incoraggiamento alla bontà e ai valori di umanità universalmente condivisi. Ma se si limita a questo significato, primo, il crocefisso perde il valore religioso (cosa impossibile e assurda), importantissimo per i cristiani: il sacrificio di cristo per salvare l'umanità. Quindi sarà, si, sicuramente un simbolo di generosità e di buona morale, ma è altrettanto se non soprattutto un simbolo religioso. In secondo luogo, se rappresenta solo un simbolo di valori positivi perchè mettere un crocifisso e no un versetto del corano che invita all'amore verso il prossimo, o un detto di buddha, o un passo del vecchio testamento, o visto che siamo uno stato laico un bell'articolo della Costituzione e della Carta Europea dei Diritti dell'Uomo?
Un altro importante punto è l'effettiva uguaglianza di tutte le religioni; se si ammette la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche non vedo il motivo per cui non dovrebbero essere ammessi i simboli delle altre religioni. Le religioni sono centinaia, e ognuna ha pari peso e importanza per lo Stato, quindi dovremmo riempire le pareti delle aule di simboli religiosi? Ed è stupido dire che il crocifisso deve stare appeso, e gli altri simboli religiosi no, perchè è simbolo della tradizione cristiana del nostro Paese e della religione della maggior parte della popolazione: perchè se anche se così fosse (e non ne sono totalmente sicuro), l'Italia è piena di simboli della tradizione cristiana, ci sono chiese in ogni angolo, statue, dipinti.
Se si è tanto attaccati alla tradizione cristiana si dovrebbero seguire gli insegnamenti di Gesù che dicendo "date a Cesare quel che è di Cesare e date a Dio quel che è di Dio" è stato il primo laicista! Lasciate le cose sacre nei luoghi sacri e lasciate che i luoghi rappresentativi dello Stato rimangano laici e liberi da effigi religiose e da varie credenze.